“La saggezza è lasciar crescere ciò che nasce,
gustare ciò che è maturo
e lasciar perdere ciò che è morto.”
[Keshavjee S.]

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Parenti serpenti?

La psicoterapia ha molti detrattori e chi si impegna in un percorso di cambiamento deve prepararsi all’idea che tra i più efficienti, insistenti e feroci nemici della sua guarigione saranno proprio parenti ed amici stretti. Proprio le persone più vicine al paziente, quelle che in presa diretta vivono i suoi problemi e i suoi sintomi non di rado –inconsapevolmente, s’intende– si trasformano nei più tenaci alleati del Problema. Già in terza seduta abbozzano commenti come Ma la terapia ti serve?” quando non affermano con veemenza “La terapia non ti serve a nulla! Dillo al Dottore!”, oppure attaccano frontalmente il paziente non appena sembra star meglio: “Ma cosa credi? Ora che fai la terapia sai tutto tu?”.

E’ un fenomeno molto frequente destinato a minare pericolosamente il percorso terapeutico e, a volte, porta alla triste interruzione di ogni tentativo di cambiare. E’ difficile per il paziente constrastare l’opinione di amici e parenti, che, pur senza volerlo, lo mettono sul banco degli imputati e lo osservano con occhio clinico alla ricerca di segnali di peggioramento che confermino la loro diagnosi iniziale. Per quanto possa apparire incredibile sono molti i casi in cui parenti e amici del paziente mantengono un atteggiamento scettico e sabotante rispetto a un possibile cambiamento in psicoterapia: se loro, con i loro buon consigli e il buon senso comune, non sono riusciti ad aiutare quella persona in anni di ostinati tenativi, figuriamoci se ci riesce un estraneo in dieci sedute e poco più! Oltre a questo, bisogna affermare che il disturbo psicologico conferisce a familiari, al partner e agli amici un elevato potere di controllo sulla persona, potere a cui saranno costretti a rinunciare quando la persona guarisse. Il trattamento verso il terapeuta è quello che si riserva a un nemico, uno che non capisce e non può capire la gravità o la complessità del problema.

Ho osservato personalmente che esiste una sorta di relazione diretta tra la vicinanza emotiva al paziente e il grado di resistenza opposta all’efficacia della psicoterapia. I genitori e illa partner sono i più vicini e anche, paradossalmente, i meno inclini a tollerare tentativi di cambiamento. Frasi come “Parli così perché te lo ha detto lo psicologo!”, “Non sei più come una volta!,” “Guarda che la terapia ti sta facendo male, tendono a tessere una ragnatela fitta e avvolgente in cui il paziente potrebbe impigliarsi e, sentendosi via via più scoraggiato e inadeguato, finirà per abbandonare il proposito di risolvere il proprio prolema.

Parenti serpenti? Direi di no,  e comunque, non sempre. Per alcuni versi, l’atteggiamento di dubbio e di aggressività verso la psicoterapia da parte di genitori e partner deriva da una resposabilità propria della nostra comunità professionale. Per anni noi psicoterapeuti abbiamo lasciato credere che il lavoro psicologico consista nell’analizzare l’infanzia alla ricerca di “colpe” che, guarda caso, ricadono su genitori e parenti. Si è andata stratificando una rappresentazione sociale della psicoterapia completamente distorta e tale che lo psicolgo, nel migliore dei casi, sia una specie di prete laico a cui affidare segreti inconfessabili, nel peggiore un inquistitore perverso che esorta il paziente al conflitto con i suoi affetti più significativi.

Il terapeuta è una figuraprofessionale altamennte specializzata che opera contro un problema psicologico, mai contro qualcuno. Di conseguenza, se avete un parente o un caro amico, fategli un grande favore: evitate di chiedergli come sta, evitate di monitorare se migliora o non migliora, evitate di commentare la sua psicoterapia… e cominciate a trattarlo come se fosse di nuovo una persona normale. E’ la cosa più utile che possiate fare.

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